È il “giorno del ricordo” 2008 mi
trovo seduta in prima fila nel salone del Quirinale per ricevere la medaglia
e l'onorificenza in memoria di mio padre, infoibato in Istria nel settembre
del 1943, subito dopo l'armistizio.
Il cuore mi batte
forte per l'emozione, nell'attesa che tocchi a me: ecco, viene scandito il
nome di mio padre e, in un silenzio solenne, viene letta la motivazione
della concessione. Mi alzo come un automa e ricevo, con mano tremante, dal
Vicepresidente del Consiglio, una pergamena e una medaglia.
La commozione mi
assale e quasi non ascolto le parole di prammatica che mi vengono rivolte.
Con passo malfermo mi dirigo al mio posto, mentre la cerimonia continua con
la consegna dell'onorificenza agli altri congiunti insigniti, ripenso ai
tristi avvenimenti che mi hanno portato, quella mattina, a Roma al palazzo
del Quirinale.
Tutto è cominciato più
di settant'anni fa a Rovigno d’Istria, dove sono nata nel 1942 e dove mio
padre svolgeva il lavoro di Carabiniere nella locale stazione. I miei
genitori, entrambi siciliani della provincia di Messina, erano sposati da
pochi anni, io ero piccolissima e di quei tristi avvenimenti, conosco solo
quello che ricordo dai racconti di mia madre.
Subito dopo
l'armistizio, nel caos generale che si venne a creare con lo sbando del
nostro esercito, a Pisino, il 13 settembre, militanti del partito comunista
croato avevano proclamato unilateralmente l'annessione dell'Istria alla
Jugoslavia.
Il 16 settembre 1943,
mentre mio padre era a casa, fuori servizio, fu prelevato e arrestato
assieme ad altri italiani dai partigiani croati, ai quali non aveva voluto
consegnare le armi e la divisa
Mia madre mi ha
raccontato che mio padre mi teneva in braccio e, dopo avermi messo giù,
tolse la catenina e l’orologio e seguì quelle persone, le quali le dissero
che l'avrebbero fatto rientrare subito dopo avere espletato delle semplici
formalità. Invece, fu portato in prigione, dove mia madre poté visitarlo
solo una volta, poi non lo vide mai più.
Dopo alcuni giorni
nelle carceri locali, gli arrestati furono tradotti a Pisino nel castello di
Montecuccoli, dove, secondo quanto scritto da Giorgio Privileggio, nelle sue
memorie dell'antifascismo e della resistenza, furono condannati a morte da
un tribunale popolare il cui giudice era il famigerato Ivan Motika e uccisi
prima dell'arrivo dei Tedeschi.
Per lungo tempo mia
madre, che all'epoca aveva 22 anni, andò alla ricerca del corpo del marito
in tutto il terriktorio, cosparso di foibe e cave, tra Pisino e Rovigno,
senza però riuscire a trovarlo.
Cominciò così per noi,
un triste periodo. Mia madre sperava sempre di trovare mio padre, vivo o
morto, ma senza riksultato; vivevamo in mezzo a mille difficoltà. Per
riuscire a sopravvivere, mia madre dovette barattare il suo corredo da
sposa, con generi di prima necessità.
Nel giugno del 1945,
perduta ormai ogni speranza di conoscere notizie sulla sorte di mio padre,
partimmo alla volta della Sicilia, dove arrivammo dopo un lungo viaggio in
treno, di cui non ho molti ricordi, data la mia tenera età.
Lessi, parecchi anni
dopo, su un diario scritto da un soldato concittadino di mio padre (ndr
Giuseppe Calabrò) che, alla fine di giugno del 1945, mentre rientrava dalla
prigionia in Germania, incontrò mia madre e me, sul treno che ci riportava a
Messina.
Con il cuore straziato,
mia madre cercò di organizzare la nostra vita, grazie anche al sostegno dei
nostri familiari. Per quanto mi riguarda, desidero sottolineare quanto sia
stato duro ed umiliante crescere senza padre, del quale fra l'altro, non
serbavo neanche il più pallido ricordo. Essere orfana mi ha segnato nel
profondo: è stato molto triste non potere mai provare la gioia di
pronunciare la parola “papà”.
Devo alla presenza
amorosa e costante di mia madre, da a cui ho avuto anche la protezione che
solo un padre può dare, se sono riuscita a fugare tutte le ombre, che
inevitabilmente gravavano sul mio cammino.
Nel 1961, dopo una
breve malattia, ho perduto anche lei, aveva solo 41 anni e io che ero ancora
molto giovane, ho dovuto affrontare, da sola, senza il sostegno amorevole
della persona a me più cara, gli anni che sono seguiti. La vita era stata
già avara di gioie per me, ma sono poi stata ripagata dal matrimonio e dalla
nascita dei miei gigli: non ero più sola!
Col tempo, avevo
rimosso la tragedia legata alla scomparsa di mio padre che, così fortemente,
aveva devastato la mia infanzia.
Nel 1986, spinta dal
desiderio di rivedere i luoghi in cui ero nata, con mio marito, mi sono
recata a Rovigno, dove sono rimasta due giorni,
Dalle foto che
conservo, ho riconosciuto la casa in cui ho abitato, situata su una larga
strada che allora si chiamava via Circonvallazione, con delle villette a
destra e a sinistra.
La persona che vi
abitava, non ci ha fatto neanche entrare, ma in italiano, ci ha riferito che
i vecchi proprietari non c'erano più, si erano trasferiti altrove.
Durante la nostra
permanenza a Rovigno, siamo stati ospiti paganti in una casa-famiglia,
l'ambiente però mi è sembrato un po' ostile e venivamo guardati con
diffidenza. Mi sono recata al Comune per farmi rilasciare un certificato di
nascita e al Duomo di Santa Eufemia per il certificato di Battesimo.
La città era splendida
per le sue bellezze naturali e per le inconfondibili testimonianze
dell'architettura veneziana di molti suoi edifici, ma a causa di
quell'atmosfera di sospetto, che si respirava, ricordo che andai via con
sollievo. Con mio marito proseguii il viaggio fino a Ragusa (in croato
Dubrovnik), da dove rientrammo in Italia.
Tutti gli avvenimenti
tristi della mia infanzia sembravano avvolti nella nebbia del tempo.
Qualche anno fa, però,
tutto è ritornato attuale. Gli eventi storici legati alle vicende del
Confine orientale, coperti per molti anni da colpevole silenzio, sono venuti
alla luce negli ultimi decenni e ufficialmente riconosciuti nel 2004, dalla
legge istitutiva del “Giorno del ricordo”.
Io ne sono venuta a
conoscenza, quando una mia cara amica mi ha comunicato che, cercando notizie
del suo papà, il quale aveva subito la stessa sorte del mio, ha scoperto il
nome di mio padre in alcuni elenchi da lei consultati, che riportavano i
nominativi degli scomparsi in Istria per mano dei partigiani slavi. Il
periodo che seguì è stato caratterizzato da giorni bui da affrontare perché,
dopo tanto tempo, avevo elaborato il mio lutto senza però conoscere la
verità sulla tragica fine di mio padre. Per anni ho creduto fosse stato
deportato in Russia, come ci era stato comunicato anche da fonti ufficiali.
Per saperne di più, mi
sono quindi messa in contatto con il Centro storico di Rovigno e, attraverso
delle ricerche, con la signora Edda Rocco che, allora, abitava proprio di
fronte a casa nostra e aveva conosciuto i miei genitori.
A quei tempi, la
signora Edda aveva 12 anni e quindi ricordava bene i tragici eventi del
1943. In una testimonianza sui primi ritrovamenti dei cadaveri nelle foibe,
ho letto con sgomento:
“ i prigionieri erano
stati barbaramente mutilati e seviziati e gettati nelle voragini...ora si
cercava di recuperare i loro resti …..Partivano al mattino presto i camion
dei pompieri; erano attrezzati anche con delle panche sulle quali sedevano
le donne che andavano alla ricerca dei loro mariti, padri, fratelli.....Mi
ricorderò sempre lo strazio di una giovane sposina meridionale che cercava
il corpo del marito carabiniere. Pochi poterono essere identificati…”
Il riferimento a mia
madre era chiaro, come mi è stato confermato in seguito, direttamente dalla
signora Edda.
È comprensibile,
quindi, capire come sia stato difficile per me documentarmi. È stato come
aprire un doloroso squarcio di luce su un passato sepolto da tempo, è stata
una sofferenza indescrivibile, tanto era grande l'angoscia che mi procurava
la lettura legata ai momenti dolorosi vissuti da mio padre e che riaprivano
ferite ormai rimarginate.
Alcuni anni fa, il
Comune di Mandanici, luogo di nascita di mio padre, ha voluto onorare la
memoria, dedicandogli una Piazza, con una cerimonia solenne e toccante alla
presenza delle massime autorità civili e militari della provincia di
Messina.
Questa intitolazione mi
ha onorato e mi ha dato la consapevolezza, che il sacrificio di mio padre
non è avvenuto invano, ciò mi aiuterà ad accettare con più serenità gli
avvenimenti che mi hanno tanto dolorosamente colpito.
Nel 2012 ho avuto una
notizia, per me inaspettata, riguardante il luogo dove sono sepolti i resti
di mio padre.
Sembra che la figlia di
un altro Carabiniere Giuseppe Coslovich, abbia identificato il corpo di mio
padre, estratto, assieme a quello del suo, qualche mese dopo l'infoibamento,
da una delle cave di Villa Bassotti, da dove vennero riesumate 40 salme.
I corpi furono portati
a Pisino, all'esterno del cimitero, vicino alla chiesa, per permetterne il
riconoscimento, reso difficile dall'avanzato stato di decomposizione.
Le salme furono poi
seppellite singolarmente e, quelle identificate, ciascuna con il proprio
nome. Ma nel '45, dopo la presa del potere da parte delle truppe di
Tito, le croci poste sopra i tumuli furono bruciate e i resti furono inumati
in due fossi comuni, ai lati del viale d'ingresso del cimitero. Quelli di
mio padre si trovano nella fossa a destra.
Purtroppo, ho saputo
che la signora Coslovich, che all'epoca aveva circa 12 anni, è morta e non
ho potuto apprendere dalla sua viva voce i particolari di quel macabro
riconoscimento.
Nell'apprendere questa
notizia, con il cuore, sarei voluta volare subito al cimitero di Pisino per
versare quelle lacrime trattenute per così lunghi anni, per deporvi dei
fiori e recitare una preghiera. Ma il dolore, così lungamente represso,
non mi ha consentito per un prolungato periodo di compiere con serenità
questo viaggio.
Finalmente nel maggio
del 2013, ho trovato il coraggio di affrontare questo pellegrinaggio, lì in
quella terra che custodisce le spoglie del mio caro papà. Dei cari amici mi
hanno accompagnato; portavo con me i gladioli bianchi, raccolti nel mio
giardino in Sicilia. Desideravo che ci fosse un legame fra mio padre e la
sua terra di origine.
A Pisino ho deposto
quei fiori ai piedi della croce che segna il luogo dove le ossa di mio padre
riposano, assieme a quelli di altri martiri della violenza slava, e mi sono
fermata in devoto raccoglimento.
Riuscirò finalmente a
superare le amarezze di tutti questi anni e ritrovare quella pace che è
sempre stata l'anelito del mio cuore? Ormai che la verità sulla morte di mio
padre è stata svelata, anche i risentimenti si andranno piano piano
stemperando e, grazie anche al potere taumaturgico del tempo e alla fede in
Dio, spero, un giorno, di riuscire a perdonare.