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9 Febbraio 2020

10 febbraio il giorno del ricordo 

La Prefettura di Messina ha organizzato per il 10 febbraio 2020 una cerimonia commemorativa per ricordare i tanti italiani assassinati nel modo più crudele possibile dagli slavo comunisti durante l'ultima guerra. Nonostante siamo geograficamente distanti da quelle zone purtroppo anche Mandanici ha contribuito con uno dei suoi figli migliori ad irrorare di sangue quelle impenetrabili fosse carsiche. Domenico Bruno faceva il Carabiniere, era stato inviato in servizio a Rovigno d'Istria, non fece più ritorno nella sua Mandanici né da vivo né da morto. Scomparso nel nulla, inghiottito per sempre dalle foibe. Ci piace ricordarlo con le toccanti e commoventi riflessioni della figlia Grazia Bruno, maestra in pensione, riportate sul volume edito nel febbraio 2018 per Giambra editori -“sulle ali della memoria-gli esuli giuliano-dalmati di Sicilia ricordano” a cura di Maria Cacciola di Nizza, anch'essa figlia di altro infoibato. 

Sono cresciuta senza padre

di Grazia Bruno

    È il “giorno del ricordo” 2008 mi trovo seduta in prima fila nel salone del Quirinale per ricevere la medaglia e l'onorificenza in memoria di mio padre, infoibato in Istria nel settembre del 1943, subito dopo l'armistizio.

   Il cuore mi batte forte per l'emozione, nell'attesa che tocchi a me: ecco, viene scandito il nome di mio padre e, in un silenzio solenne, viene letta la motivazione della concessione. Mi alzo come un automa e ricevo, con mano tremante, dal Vicepresidente del Consiglio, una pergamena e una medaglia.

   La commozione mi assale e quasi non ascolto le parole di prammatica che mi vengono rivolte. Con passo malfermo mi dirigo al mio posto, mentre la cerimonia continua con la consegna dell'onorificenza agli altri congiunti insigniti, ripenso ai tristi avvenimenti che mi hanno portato, quella mattina, a Roma al palazzo del Quirinale.

   Tutto è cominciato più di settant'anni fa a Rovigno d’Istria, dove sono nata nel 1942 e dove mio padre svolgeva il lavoro di Carabiniere nella locale stazione. I miei genitori, entrambi siciliani della provincia di Messina, erano sposati da pochi anni, io ero piccolissima e di quei tristi avvenimenti, conosco solo quello che ricordo dai racconti di mia madre.

  Subito dopo l'armistizio, nel caos generale che si venne a creare con lo sbando del nostro esercito, a Pisino, il 13 settembre, militanti del partito comunista croato avevano proclamato unilateralmente l'annessione dell'Istria alla Jugoslavia.

  Il 16 settembre 1943, mentre mio padre era a casa, fuori servizio, fu prelevato e arrestato assieme ad altri italiani dai partigiani croati, ai quali non aveva voluto consegnare le armi e la divisa

  Mia madre mi ha raccontato che mio padre mi teneva in braccio e, dopo avermi messo giù, tolse la catenina e l’orologio e seguì quelle persone, le quali le dissero che l'avrebbero fatto rientrare subito dopo avere espletato delle semplici formalità. Invece, fu portato in prigione, dove mia madre poté visitarlo solo una volta, poi non lo vide mai più.

  Dopo alcuni giorni nelle carceri locali, gli arrestati furono tradotti a Pisino nel castello di Montecuccoli, dove, secondo quanto scritto da Giorgio Privileggio, nelle sue memorie dell'antifascismo e della resistenza, furono condannati a morte da un tribunale popolare il cui giudice era il famigerato Ivan Motika e uccisi prima dell'arrivo dei Tedeschi.

   Per lungo tempo mia madre, che all'epoca aveva 22 anni, andò alla ricerca del corpo del marito in tutto il terriktorio, cosparso di foibe e cave, tra Pisino e Rovigno, senza però riuscire a trovarlo.

   Cominciò così per noi, un triste periodo. Mia madre sperava sempre di trovare mio padre, vivo o morto, ma senza riksultato; vivevamo in mezzo a mille difficoltà. Per riuscire a sopravvivere, mia madre dovette barattare il suo corredo da sposa, con generi di prima necessità.

    Nel giugno del 1945, perduta ormai ogni speranza di conoscere notizie sulla sorte di mio padre, partimmo alla volta della Sicilia, dove arrivammo dopo un lungo viaggio in treno, di cui non ho molti ricordi, data la mia tenera età.

  Lessi, parecchi anni dopo, su un diario scritto da un soldato concittadino di mio padre (ndr Giuseppe Calabrò) che, alla fine di giugno del 1945, mentre rientrava dalla prigionia in Germania, incontrò mia madre e me, sul treno che ci riportava a Messina.

  Con il cuore straziato, mia madre cercò di organizzare la nostra vita, grazie anche al sostegno dei nostri familiari. Per quanto mi riguarda, desidero sottolineare quanto sia stato duro ed umiliante crescere senza padre, del quale fra l'altro, non serbavo neanche il più pallido ricordo. Essere orfana mi ha segnato nel profondo: è stato molto triste non potere mai provare la gioia di pronunciare la parola “papà”.

   Devo alla presenza amorosa e costante di mia madre, da a cui ho avuto anche la protezione che solo un padre può dare, se sono riuscita a fugare tutte le ombre, che inevitabilmente gravavano sul mio cammino.

     Nel 1961, dopo una breve malattia, ho perduto anche lei, aveva solo 41 anni e io che ero ancora molto giovane, ho dovuto affrontare, da sola, senza il sostegno amorevole della persona a me più cara, gli anni che sono seguiti. La vita era stata già avara di gioie per me, ma sono poi stata ripagata dal matrimonio e dalla nascita dei miei gigli: non ero più sola!

  Col tempo, avevo rimosso la tragedia legata alla scomparsa di mio padre che, così fortemente, aveva devastato la mia infanzia.

  Nel 1986, spinta dal desiderio di rivedere i luoghi in cui ero nata, con mio marito, mi sono recata a Rovigno, dove sono rimasta due giorni,

   Dalle foto che conservo, ho riconosciuto la casa in cui ho abitato, situata su una larga strada che allora si chiamava via Circonvallazione, con delle villette a destra e a sinistra.

   La persona che vi abitava, non ci ha fatto neanche entrare, ma in italiano, ci ha riferito che i vecchi proprietari non c'erano più, si erano trasferiti altrove.

  Durante la nostra permanenza a Rovigno, siamo stati ospiti paganti in una casa-famiglia, l'ambiente però mi è sembrato un po' ostile e venivamo guardati con diffidenza. Mi sono recata al Comune per farmi rilasciare un certificato di nascita e al Duomo di Santa Eufemia per il certificato di Battesimo.

  La città era splendida per le sue bellezze naturali e per le inconfondibili testimonianze dell'architettura veneziana di molti suoi edifici, ma a causa di quell'atmosfera di sospetto, che si respirava, ricordo che andai via con sollievo. Con mio marito proseguii il viaggio fino a Ragusa (in croato Dubrovnik), da dove rientrammo in Italia.

  Tutti gli avvenimenti tristi della mia infanzia sembravano avvolti nella nebbia del tempo.

  Qualche anno fa, però, tutto è ritornato attuale. Gli eventi storici legati alle vicende del Confine orientale, coperti per molti anni da colpevole silenzio, sono venuti alla luce negli ultimi decenni e ufficialmente riconosciuti nel 2004, dalla legge istitutiva del “Giorno del ricordo”.

   Io ne sono venuta a conoscenza, quando una mia cara amica mi ha comunicato che, cercando notizie del suo papà, il quale aveva subito la stessa sorte del mio, ha scoperto il nome di mio padre in alcuni elenchi da lei consultati, che riportavano i nominativi degli scomparsi in Istria per mano dei partigiani slavi. Il periodo che seguì è stato caratterizzato da giorni bui da affrontare perché, dopo tanto tempo, avevo elaborato il mio lutto senza però conoscere la verità sulla tragica fine di mio padre. Per anni ho creduto fosse stato deportato in Russia, come ci era stato comunicato anche da fonti ufficiali.

 Per saperne di più, mi sono quindi messa in contatto con il Centro storico di Rovigno e, attraverso delle ricerche, con la signora Edda Rocco che, allora, abitava proprio di fronte a casa nostra e aveva conosciuto i miei genitori.

   A quei tempi, la signora Edda aveva 12 anni e quindi ricordava bene i tragici eventi del 1943. In una testimonianza sui primi ritrovamenti dei cadaveri nelle foibe, ho letto con sgomento:

“ i prigionieri erano stati barbaramente mutilati e seviziati e gettati nelle voragini...ora si cercava di recuperare i loro resti …..Partivano al mattino presto i camion dei pompieri; erano attrezzati anche con delle panche sulle quali sedevano le donne che andavano alla ricerca dei loro mariti, padri, fratelli.....Mi ricorderò sempre lo strazio di una giovane sposina meridionale che cercava il corpo del marito carabiniere. Pochi poterono essere identificati…”

    Il riferimento a mia madre era chiaro, come mi è stato confermato in seguito, direttamente dalla signora Edda.

   È comprensibile, quindi, capire come sia stato difficile per me documentarmi. È stato come aprire un doloroso squarcio di luce su un passato sepolto da tempo, è stata una sofferenza indescrivibile, tanto era grande l'angoscia che mi procurava la lettura legata ai momenti dolorosi vissuti da mio padre e che riaprivano ferite ormai rimarginate.

  Alcuni anni fa, il Comune di Mandanici, luogo di nascita di mio padre, ha voluto onorare la memoria, dedicandogli una Piazza, con una cerimonia solenne e toccante alla presenza delle massime autorità civili e militari della provincia di Messina.

  Questa intitolazione mi ha onorato e mi ha dato la consapevolezza, che il sacrificio di mio padre non è avvenuto invano, ciò mi aiuterà ad accettare con più serenità gli avvenimenti che mi hanno tanto dolorosamente colpito.

  Nel 2012 ho avuto una notizia, per me inaspettata, riguardante il luogo dove sono sepolti i resti di mio padre.

  Sembra che la figlia di un altro Carabiniere Giuseppe Coslovich, abbia identificato il corpo di mio padre, estratto, assieme a quello del suo, qualche mese dopo l'infoibamento, da una delle cave di Villa Bassotti, da dove vennero riesumate 40 salme.

  I corpi furono portati a Pisino, all'esterno del cimitero, vicino alla chiesa, per permetterne il riconoscimento, reso difficile dall'avanzato stato di decomposizione.

  Le salme furono poi seppellite singolarmente e, quelle identificate, ciascuna con il proprio nome.      Ma nel '45, dopo la presa del potere da parte delle truppe di Tito, le croci poste sopra i tumuli furono bruciate e i resti furono inumati in due fossi comuni, ai lati del viale d'ingresso del cimitero.   Quelli di mio padre si trovano nella fossa a destra.

  Purtroppo, ho saputo che la signora Coslovich, che all'epoca aveva circa 12 anni, è morta e non ho potuto apprendere dalla sua viva voce i particolari di quel macabro riconoscimento.

  Nell'apprendere questa notizia, con il cuore, sarei voluta volare subito al cimitero di Pisino per versare quelle lacrime trattenute per così lunghi anni, per deporvi dei fiori e recitare una preghiera.   Ma il dolore, così lungamente represso, non mi ha consentito per un prolungato periodo di compiere con serenità questo viaggio.

  Finalmente nel maggio del 2013, ho trovato il coraggio di affrontare questo pellegrinaggio, lì in quella terra che custodisce le spoglie del mio caro papà. Dei cari amici mi hanno accompagnato; portavo con me i gladioli bianchi, raccolti nel mio giardino in Sicilia. Desideravo che ci fosse un legame fra mio padre e la sua terra di origine.

  A Pisino ho deposto quei fiori ai piedi della croce che segna il luogo dove le ossa di mio padre riposano, assieme a quelli di altri martiri della violenza slava, e mi sono fermata in devoto raccoglimento.

  Riuscirò finalmente a superare le amarezze di tutti questi anni e ritrovare quella pace che è sempre stata l'anelito del mio cuore? Ormai che la verità sulla morte di mio padre è stata svelata, anche i risentimenti si andranno piano piano stemperando e, grazie anche al potere taumaturgico del tempo e alla fede in Dio, spero, un giorno, di riuscire a perdonare.