Zio
Amilcare era il terzo, il più piccolo dei maschi dopo Ciccio ed Emilio. Ma i
nonni non s’erano fatti mancare nulla: tre anche le femmine, per ordine
d’età Caterina, Aurelia ed Irene. Aurelia era mia madre. Sarà vero che in
ogni famiglia che si rispetti alberga una pecora nera? Può darsi. Ma so per
certo che questo appellativo non può essere attribuito a zio Amilcare.
Pecora nera perché? Per la sua insopprimibile avversione per gli studi
regolari e per il lavoro, immagino. Ma lo zio, in compenso, era
intelligente, allegro, generoso, bon vivant. Tutte doti queste che non hanno
niente a che vedere con un ovile.
Di laurea o di diploma
neanche a parlarne. E la scuola secondaria, a Messina, frequentata con molta
intermittenza e pochi risultati positivi. Nonno Peppino all’inizio ne
soffriva. Non può certo andare a zappare la terra, diceva, rivendicando per
se stesso e per la sua stirpe la condizione ereditaria e agiata di piccoli
proprietari terrieri con un pizzico di nobiltà. Che cosa può fare senza un
titolo di studio?, aggiungeva. La risposta, inequivocabile, era arrivata
dagli avvenimenti: niente. E tuttavia, c’era stata un’eccezione. Alla fine
degli anni trenta del secolo scorso, quando l’Italia stava per entrare in
guerra, zio Amilcare era un trentenne che stava per raggiungere gli …anta.
Non so chi e come era riuscito a farlo impiegare al ministero dell’Africa
italiana e trasferirlo a Bengasi, in Libia. E tutto va bene fino a quando il
nord del continente africano non diventa teatro d’operazioni militari. E
fino a quando gli inglesi del generale Montgomery non arrivano in Libia.
Poco prima dell’ingresso delle truppe alleate in città, gli impiegati al
ministero salgono su una nave diretta in Italia. Si sbarca a Napoli e si
prosegue per Roma. Ma a questo punto zio Amilcare pensa bene di invertire la
direzione di marcia. Non la capitale e il ministero, ma Messina e le vecchie
abitudini. L’esperienza lavorativa si era conclusa.
Il suo regno a Messina
era il bar Irrera, il prestigioso ritrovo di piazza Cairoli con i tavolini
sotto gli alberi. Lì passava le sue giornate e, soprattutto, le sere. A
sviscerare con gli amici antichi e recenti pettegolezzi cittadini, ad
agevolare piccole compravendite (unica sua modesta fonte di guadagno), ad
alternare caffè e sigarette in quantità industriale, fino a distruggersi,
anni dopo, stomaco e polmoni. Quando, a fine gennaio del 1943, le “fortezze
volanti” americane cominciano a dar vita al rito quotidiano dei
bombardamenti a tappeto su Messina, l’intera famiglia Longo si trasferisce
nella casa avita di Mandanici, il paese collinare d’origine. Siamo tutti lì
in agosto, mese in cui le truppe inglesi e americane completano la conquista
della Sicilia. La guerra, per noi, era finita.
In paese, insieme con un
contingente militare britannico, arrivano il pane bianco, il “corned beef”,
i piselli in scatola. E, su una jeep, due ufficiali inglesi e il professore
Ciccio Restuccia, un dirigente del Movimento Indipendentista Siciliano,
appena costituito. Sono alla ricerca di un sindaco. Restuccia ha il compito
d’individuarlo, gli inglesi di nominarlo. Zio Amilcare si avvicina all’auto.
“Ciccio”. “Amilcare”. Sono vecchi amici. “Vuoi fare il sindaco?”,
“Ma…Veramente…”. “No, niente scuse. Da questo momento sei il sindaco di
Mandanici”. E il neo-nominato si mette al lavoro, questa volta sul serio.
Non aveva fatto i conti, però, con il tarlo dell’invidia che rodeva il
cervello di qualcuno che avrebbe voluto prendere il suo posto e che tempesta
di reclami il comando alleato. Finchè gli inglesi, che non hanno voglia di
perdere tempo con beghe locali, destituiscono il neo-sindaco.
Uno smacco, certo. E la
prendono male anche i mandanicesi che scendono in piazza per protestare
contro l’ingiusta decisione. Ma interviene subito l’alto comando dell’AMGOT
(Governo Militare Alleato dei Territori Occupati) con una serie di arresti e
con l’istruzione di un processo che avviene per direttissima in un tribunale
militare. Zio Amilcare, che, per la verità, aveva cercato soltanto di
calmare gli animi dei manifestanti, viene indicato come il capo della
“sommossa” e condannato a un anno di reclusione che sconta quasi per intero
nella biblioteca di ”Carrubara”, il carcere messinese. “E’ un’esperienza
anche questa”, commenta quando esce. Senza astio, ma non senza voglia di
rivincita. Così, quando, un anno dopo, si svolgono le prime elezioni
amministrative dell’Italia repubblicana, lo zio Amilcare si presenta con una
sua lista a Mandanici. Ed è eletto con una maggioranza schiacciante.
Che sindaco è Amilcare
Longo? Ottimo, a giudizio di chi l’ha conosciuto con la sciarpa tricolore.
Mandanici si ammoderna, sorgono servizi necessari, arriva, soprattutto,
l’energia elettrica a sostituire candele, lanterne, lumiere a olio, lampade
a petrolio e ad acetilene. Ma c’è anche altro. E’ il periodo in cui i
separatisti pensano di fare della Sicilia la quarantanovesima stella della
bandiera degli Stati Uniti. E nello zio scatta la “corda pazza” decantata da
Verga e da Sciascia. E’ comunista il nuovo sindaco? Suo fratello Emilio lo è
seriamente, fin dalla scissione livornese del 1921, ma Amilcare lo è a modo
suo, con la quella vena libertaria e anticonformista che piaceva poco ai
dirigenti comunisti. E, proprio per questo, prende una decisione
incredibile. Vuole emanare un’ordinanza con la quale si certifica l’adesione
del Comune di Mandanici all’URSS, l’Unione delle Repubbliche Socialiste
Sovietiche. E scrivere a Stalin per comunicargli l’avvenuta affiliazione.
Sono i suoi collaboratori in giunta, per fortuna, ad impedirgli di emettere
una delibera che non avrebbe modificato gli assetti internazionali stabiliti
a Yalta da Roosevelt, Churchill e Stalin (come lui sapeva benissimo), ma gli
avrebbe procurato certamente un’altra serie di guai.
Gli ultimi tempi zio
Amilcare li passa tra Messina e Roccalumera, il paese natio della moglie,
sposata in tarda età. Ogni tanto ritorna a Mandanici, dove è sempre accolto
con affetto dai paesani. Ed è nel piccolo cimitero mandanicese, in cima a
una collina, che ormai riposa da molti anni.