Anni
trenta del secolo scorso. Sul viale San Martino di Messina, l’arteria della
città dedicata al passeggio e alle compere, decine di persone sono immobili
con lo sguardo fisso ed espressioni di incredulità: “Ma non è possibile!”,
“E chistu d’unni vinni?”. Indifferente al clamore sollevato, un capitano
dell’esercito avanzava lentamente, con un animale al guinzaglio. No, non un
cane, come sarebbe normale e non desterebbe alcuna sorpresa, ma un leopardo,
uno splendido esemplare di leopardo africano con il gigantesco muso di gatto
e con le caratteristiche macchie scure su una pelliccia tra il giallo e il
marrone. Meno indifferente del capitano, il micione è innervosito, mal
tollera gli assembramenti creati al suo passaggio, sbuffa e strattona,
calmandosi soltanto quando una voce nota lo richiama all’ordine: “Somalo,
Shebeli, tranquillo, tranquillo”.
Di questa scena si è
parlato molto nella mia famiglia, perché l’ufficiale che portava a spasso
una bestia feroce era Ciccio Longo, uno dei fratelli di mia madre.
Primogenito di nonno Peppino, zio Ciccio aveva deciso fin da ragazzo che
avrebbe intrapreso la carriera militare. Un po’ controcorrente, per la
verità, perché in famiglia si respirava un’aria che sapeva più di socialismo
che di nazionalismo, dal nonno, cultore di Edmondo De Amicis e di Mario
Rapisarda, a zio Emilio, il secondogenito, che era uno degli allievi
prediletti del sindacalista messinese, poi deputato comunista, Francesco Lo
Sardo. Ma nessuno aveva trovato da ridire alla decisione del primogenito. E
così le divise erano entrate negli armadi di casa Longo.
Zio Ciccio si era fatte
le ossa in Somalia, prima della guerra d’Africa. Ed è da lì che un giorno
era arrivato in licenza a Messina con un cucciolo di leopardo in braccio.
Superata l’inevitabile sorpresa iniziale degli accoglienti, la bestia era
entrata a far parte della famiglia. Con le sue simpatie e le sue antipatie.
La prediletta era zia Irene, la più piccola della stirpe. E antipatico per
eccellenza zio Amilcare, il più giovane dei fratelli. Il quale, per la
verità, faceva di tutto per alimentare questa propensione, stuzzicandolo in
continuazione. Finché un giorno il leopardo decise di farla finita.
Immobile, lasciò avvicinare l’importuno e poi all’improvviso si alzò sulle
due zampe, ritirò le unghie per non ucciderlo e gli diede una zampata in
faccia. Uno schiaffo. E zio Amilcare crollò al suolo.
Col tempo, però, la
permanenza in casa Longo del leopardo, che non era più un cucciolo
inoffensivo, era diventata problematica. Una mattina, all’alba, era riuscito
a fuggire, approfittando della disattenzione di chi aveva chiuso per ultimo
la porta d’ingresso. E lo avevano ritrovato, dopo alcune ore, felice e
soddisfatto in una nuvola di piume. all’interno di un pollaio, dove aveva
fatto strage di galli e galline. Fu giocoforza liberarsene. E zio Ciccio, a
malincuore, lo regalò al giardino zoologico di Roma. Ma la storia non
finisce qui. Anni dopo, promosso maggiore, lo zio fu trasferito a Roma, al
ministero della guerra. E un giorno volle andare allo zoo per avere notizie
dell’animale. Non ne aveva saputo più niente, non sapeva neanche se fosse
ancora vivo. Ma ecco che, di fronte alla gabbia, vede da lontano un grosso
leopardo che, sì, potrebbe essere lui. Lo chiama: “Somalo. Somalo. Shebeli”.
Dopo un’esitazione iniziale, Somalo si avvicina correndo. Mette la testa tra
le sbarre e in quel momento chi passa assiste a una strana scena: un
ufficiale dell’esercito carezza il capo di un leopardo, gli parla e
trattiene le lacrime.
Ma torniamo indietro nel
tempo. Il 24 maggio del 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria, il Piave
mormora e il sottotenente Ciccio Longo, fresco di nomina, si prepara a fare
il suo dovere. Lo fa per intero. Anche troppo se, durante un assalto, la
scheggia di una granata austriaca gli procura un buco in fronte. E se,
intuendo la portata della disfatta di Caporetto e obbedendo a un malinteso
senso dell’onore, porta la pistola alla tempia. Non so se ha ringraziato o
sgridato il suo attendente che, con un manrovescio, gli ha fatto saltare
l’arma dalle mani. So che per lui la guerra finisce in un campo di prigionia
austriaco, in tempo per assistere a uno spettacolo straordinario: una
vecchia signora porta dei pacchi ai prigionieri e parla con loro
affettuosamente in perfetto dialetto napoletano. La straordinarietà è data
dal fatto che la visitatrice è Maria Sofia di Baviera, la moglie di
Francesco II di Borbone, l’ultima regina della Due Sicilie. Non aveva
dimenticato le sue giornate napoletane.
Curioso destino, quello
dello zio Ciccio. Nella seconda guerra mondiale è colonnello e per la
seconda volta conosce la prigionia ad opera di nemici di lingua tedesca. Ma
questa volta poteva finire molto peggio. Non sono teneri i nazisti. E
reagiscono molto male al suo netto rifiuto di continuare a combattere con le
truppe tedesche contro non solo gli alleati anglo-americani, ma anche gli
italiani che in formazioni regolari o in raggruppamenti partigiani si
battono contro l’esercito di Hitler e i fascisti di Salò. Lui stava con il
suo re, e poco importa se Vittorio Emanuele III non era di certo un sovrano
da meritare simili atti di lealtà.
Quando ritorna a casa
dalla prigionia ha perso trenta chili, pelle e ossa. Lo aspetta una nuova
vita, abiti borghesi, il matrimonio. Vado a trovarlo spesso. Non provo
neanche a scuoterlo dalle sue convinzioni. Ma incorro in un incidente. Mi
aveva chiesto qualcosa da leggere. E gli avevo portato, insieme ad altri
libri, “Addio alle armi”, di Hemingway. Grave errore. Quando, dopo qualche
settimana, ritorno da lui, sbatte con forza il volume sul tavolo e mi dice a
brutto muso: “Che cosa mi hai fatto leggere, la storia di un disertore?”.
Dal suo punto di vista non aveva torto, ma non era certo colpa mia se la sua
sensibilità su certi argomenti era profondamente diversa da quella dello
scrittore americano. Anni dopo, mentre pranza è colpito da un ictus. Cade a
terra e perde i sensi. Dopo pochi minuti, riapre gli occhi e guarda la
moglie che era accorsa per soccorrerlo. “I soldati”, le mormora, “Hai
pensato ai soldati?”. Ecco, all’improvviso la vita familiare degli ultimi
anni era scomparsa. Era ritornata quella vera, l’unica, la vita militare. E,
nel pericolo, la prima cosa da fare era pensare ai soldati. Morirà pochi
giorni dopo.