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24 Giugno 2020

IL CAPITANO CON IL LEOPARDO (Una storia di famiglia) di Giuseppe Loteta

Anni trenta del secolo scorso. Sul viale San Martino di Messina, l’arteria della città dedicata al passeggio e alle compere, decine di persone sono immobili con lo sguardo fisso ed espressioni di incredulità: “Ma non è possibile!”, “E chistu d’unni vinni?”. Indifferente al clamore sollevato, un capitano dell’esercito avanzava lentamente, con un animale al guinzaglio. No, non un cane, come sarebbe normale e non desterebbe alcuna sorpresa, ma un leopardo, uno splendido esemplare di leopardo africano con il gigantesco muso di gatto e con le caratteristiche macchie scure su una pelliccia tra il giallo e il marrone. Meno indifferente del capitano, il micione è innervosito, mal tollera gli assembramenti creati al suo passaggio, sbuffa e strattona, calmandosi soltanto quando una voce nota lo richiama all’ordine: “Somalo, Shebeli, tranquillo, tranquillo”.

Di questa scena si è parlato molto nella mia famiglia, perché l’ufficiale che portava a spasso una bestia feroce era Ciccio Longo, uno dei fratelli di mia madre. Primogenito di nonno Peppino, zio Ciccio aveva deciso fin da ragazzo che avrebbe intrapreso la carriera militare. Un po’ controcorrente, per la verità, perché in famiglia si respirava un’aria che sapeva più di socialismo che di nazionalismo, dal nonno, cultore di Edmondo De Amicis e di Mario Rapisarda, a zio Emilio, il secondogenito, che era uno degli allievi prediletti del sindacalista messinese, poi deputato comunista, Francesco Lo Sardo. Ma nessuno aveva trovato da ridire alla decisione del primogenito. E così le divise erano entrate negli armadi di casa Longo.

Zio Ciccio si era fatte le ossa in Somalia, prima della guerra d’Africa. Ed è da lì che un giorno era arrivato in licenza a Messina con un cucciolo di leopardo in braccio. Superata l’inevitabile sorpresa iniziale degli accoglienti, la bestia era entrata a far parte della famiglia. Con le sue simpatie e le sue antipatie. La prediletta era zia Irene, la più piccola della stirpe. E antipatico per eccellenza zio Amilcare, il più giovane dei fratelli. Il quale, per la verità, faceva di tutto per alimentare questa propensione, stuzzicandolo in continuazione. Finché un giorno il leopardo decise di farla finita. Immobile, lasciò avvicinare l’importuno e poi all’improvviso si alzò sulle due zampe, ritirò le unghie per non ucciderlo e gli diede una zampata in faccia. Uno schiaffo. E zio Amilcare crollò al suolo.

Col tempo, però, la permanenza in casa Longo del leopardo, che non era più un cucciolo inoffensivo, era diventata problematica. Una mattina, all’alba, era riuscito a fuggire, approfittando della disattenzione di chi aveva chiuso per ultimo la porta d’ingresso. E lo avevano ritrovato, dopo alcune ore, felice e soddisfatto in una nuvola di piume. all’interno di un pollaio, dove aveva fatto strage di galli e galline. Fu giocoforza liberarsene. E zio Ciccio, a malincuore, lo regalò al giardino zoologico di Roma. Ma la storia non finisce qui. Anni dopo, promosso maggiore, lo zio fu trasferito a Roma, al ministero della guerra. E un giorno volle andare allo zoo per avere notizie dell’animale. Non ne aveva saputo più niente, non sapeva neanche se fosse ancora vivo. Ma ecco che, di fronte alla gabbia, vede da lontano un grosso leopardo che, sì, potrebbe essere lui. Lo chiama: “Somalo. Somalo. Shebeli”. Dopo un’esitazione iniziale, Somalo si avvicina correndo. Mette la testa tra le sbarre e in quel momento chi passa assiste a una strana scena: un ufficiale dell’esercito carezza il capo di un leopardo, gli parla e trattiene le lacrime.

Ma torniamo indietro nel tempo. Il 24 maggio del 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria, il Piave mormora e il sottotenente Ciccio Longo, fresco di nomina, si prepara a fare il suo dovere. Lo fa per intero. Anche troppo se, durante un assalto, la scheggia di una granata austriaca gli procura un buco in fronte. E se, intuendo la portata della disfatta di Caporetto e obbedendo a un malinteso senso dell’onore, porta la pistola alla tempia. Non so se ha ringraziato o sgridato il suo attendente che, con un manrovescio, gli ha fatto saltare l’arma dalle mani. So che per lui la guerra finisce in un campo di prigionia austriaco, in tempo per assistere a uno spettacolo straordinario: una vecchia signora porta dei pacchi ai prigionieri e parla con loro affettuosamente in perfetto dialetto napoletano. La straordinarietà è data dal fatto che la visitatrice è Maria Sofia di Baviera, la moglie di Francesco II di Borbone, l’ultima regina della Due Sicilie. Non aveva dimenticato le sue giornate napoletane.

Curioso destino, quello dello zio Ciccio. Nella seconda guerra mondiale è colonnello e per la seconda volta conosce la prigionia ad opera di nemici di lingua tedesca. Ma questa volta poteva finire molto peggio. Non sono teneri i nazisti. E reagiscono molto male al suo netto rifiuto di continuare a combattere con le truppe tedesche contro non solo gli alleati anglo-americani, ma anche gli italiani che in formazioni regolari o in raggruppamenti partigiani si battono contro l’esercito di Hitler e i fascisti di Salò. Lui stava con il suo re, e poco importa se Vittorio Emanuele III non era di certo un sovrano da meritare simili atti di lealtà.

Quando ritorna a casa dalla prigionia ha perso trenta chili, pelle e ossa. Lo aspetta una nuova vita, abiti borghesi, il matrimonio. Vado a trovarlo spesso. Non provo neanche a scuoterlo dalle sue convinzioni. Ma incorro in un incidente. Mi aveva chiesto qualcosa da leggere. E gli avevo portato, insieme ad altri libri, “Addio alle armi”, di Hemingway. Grave errore. Quando, dopo qualche settimana, ritorno da lui, sbatte con forza il volume sul tavolo e mi dice a brutto muso: “Che cosa mi hai fatto leggere, la storia di un disertore?”. Dal suo punto di vista non aveva torto, ma non era certo colpa mia se la sua sensibilità su certi argomenti era profondamente diversa da quella dello scrittore americano. Anni dopo, mentre pranza è colpito da un ictus. Cade a terra e perde i sensi. Dopo pochi minuti, riapre gli occhi e guarda la moglie che era accorsa per soccorrerlo. “I soldati”, le mormora, “Hai pensato ai soldati?”. Ecco, all’improvviso la vita familiare degli ultimi anni era scomparsa. Era ritornata quella vera, l’unica, la vita militare. E, nel pericolo, la prima cosa da fare era pensare ai soldati. Morirà pochi giorni dopo.