|
|
|
16 Febbraio 2014 “MAGAZZINO 18” DI CRISTICCHI UN BUON SUSSIDIARIO PER LE SCUOLE
Pertanto secondo Veneziani,
“il giorno del ricordo rischia di tornare nel buio, dopo la sua veloce
parabola. È rimasto Simone Cristicchi, col suo spettacolo dedicato alle
foibe, a mantenere acceso un filo di memoria. Le contestazioni che ha
ricevuto non sono solo un atto incivile e intollerante di odio verso
migliaia di vittime inermi e verso chi osa ricordarle, ma hanno anche un
effetto di dissuasione e intimidazione che va denunciato: sono un
avvertimento, una minaccia per chi voglia addentrarsi nel tema scabroso. Chi
volete che si cimenti nel ricordo delle foibe se sa che poi deve sottoporsi
a questi attacchi e affrontare queste censure nel silenzio pressoché
generale? Meglio parlare d’altro”. (M. Veneziani, Le foibe? In Italia
vince solo l’oblio, 10.2.14 Il Giornale) Cristicchi nonostante sia un uomo di sinistra, è rimasto fedele ai fatti, anche perché si è avvalso delle ricche testimonianze degli esuli che hanno subito l’orrore di quella tragedia. Forse ha forzato un po’ nel mettere sullo stesso livello, la pulizia etnica dei “fascisti” e quella dei “comunisti”; non credo che le due ideologie in quanto a crimini, a discriminazioni o a riduzioni della libertà, possano essere messe sullo stesso piano. Infatti per Arrigo Petacco, storico serio, le esecuzioni di massa operate dai comunisti titini, “non potevano essere interpretate (come qualcuno, anche in Italia, si sforzerà di fare negli anni successivi) come una risposta, o una vendetta, del gruppo etnico slavo ai soprusi o alle vessazioni subite. La sproporzione era evidente a tutti. Doveva trattarsi di qualcosa di più: di un progetto preciso di ‘pulizia etnica’ per estirpare gli italiani dall’Istria uccidendoli o costringendoli a fuggire”. Tuttavia Cristicchi, non è stato tenero con nessuno, ora capisco perché il “braccio armato” di certa sinistra, gli eredi del Pci, non gliela perdonano. Hanno fatto lo stesso con Giampaolo Pansa, che è stato costretto a non presentare più in pubblico le sue opere visto che ogni volta i ragazzotti intervenivano per ricordargli che la resistenza partigiana non si tocca. “Come si fa a morire di malinconia per una terra che non è più mia? Che male fa, aver lasciato il mio cuore dall'altra parte del mare". E’ il ritornello di "Magazzino 18", canzone composta lo scorso anno dal cantautore romano Simone Cristicchi, e che è ora tema portante dello spettacolo teatrale omonimo scritto e interpretato dallo stesso artista. Il Magazzino numero18 si trova nel porto di Trieste ed è un enorme deposito (duemila metri quadri) dove sono contenuti gli effetti personali che gli esuli Giuliano-Dalmati non sono riusciti a portare con sè durante la loro fuga dalle milizie titine. La vicenda parte proprio da qui, dal dott. Persichetti, un archivista romano chiamato dal ministero degli Interni per fare un inventario completo delle masserizie presenti. Il simpatico personaggio, interpretato dallo stesso Cristicchi, ignora completamente le vicende storiche a cui quegli oggetti sono legati. Cristicchi in pratica, fatta eccezione per un gruppo di bambini che lo sostengono in alcune canzoni, è sempre da solo sul palco. Persichetti, si imbatte per la prima volta nella parola "Esodo" ("Conosco solo quello della Bibbia", dice in una delle battute iniziali) e da qui prende via via confidenza con le vicende tragiche di quelle terre dove, dietro i nomi cambiati,"anche le pietre parlano italiano". In questo suo cammino è aiutato dallo "spirito delle masserizie", l'altro personaggio dello spettacolo, a cui Cristicchi affida il lato più drammatico e toccante ed emozionante della sua recitazione. “Si tratta di una sorta di figura metaforica che incarna tutto quanto è stato vissuto e patito da quelle popolazioni dal 1945 fino al 1954, anno in cui è stato ratificato definitivamente il trattato che assegnava l'Istria e la Dalmazia alla Jugoslavia”. (L. Franceschini, “Magazzino 18: quei morti nelle foibe che si vogliono cancellare, 11.2.14 Il Sussidiario.net) Lo spirito rievoca così alcune delle storie più drammatiche di quegli anni, consumate (triste paradosso) in luoghi meravigliosi, a pochi passi dalle nostre coste, dove una vacanza di una settimana costa meno di 400 euro, come fa notare Persichetti a un certo punto, leggendo un deplian. A questo proposito, l’anno scorso uno degli esuli che ha preso la parola alla manifestazione della Giornata del Ricordo, organizzata dalla Provincia a Milano, disse: “oggi i croati ci invitano a passare le vacanze nei loro Paesi (i nostri) è come se i ladri che vi hanno scassinato le vostre case poi senza ritegno sfacciatamente cercano di vendervi quello che era vostro”. Il cantautore romano individua alcuni personaggi che hanno subito l’orrore di quegli anni, mette simbolicamente sul palco le loro sedie, e li chiama per nome. Tra questi, non poteva non ricordare, forse il simbolo delle foibe, il martirio della giovane Norma Cossetto di 23 anni trucidata dai partigiani comunisti slavi e poi buttata nella foiba. O ancora della strage di Vergarolla, nei pressi di Pola, quando, il 18 agosto del 1946, furono innescate nove tonnellate di esplosivo che uccisero più di ottanta persone. Spicca, in questo frangente, la figura enorme di Geppino Micheletti, medico nel vicino ospedale, che pur avendo appresso della morte dei suoi due figli di sei e nove anni, anch'essi presenti sulla spiaggia, non si mosse dal suo posto per prestare soccorso ai feriti. Al termine dell'emergenza se ne andò, con la motivazione che "non voglio trovarmi a curare un giorno gli assassini dei miei figli". Sono tutti morti di cui bisogna avere ancora paura, dice lo spettro, perché continuano a morire ancora oggi in un'altra guerra, quella dei numeri. Cristicchi evidenzia bene che tuttora non si conosce l'esatto ammontare delle vittime dell'esodo e le cifre vengono spesso sgonfiate in maniera strumentale da chi cerca di negare o sminuire i fatti. Magazzino 18 di Cristicchi si occupa anche del “controesodo dei Monfalconesi “, circa 2.000 operai dei cantieri navali, piccolo ma significativo, al limite dell'assurdo. Tornati in Jugoslavia sull'onda di una entusiastica adesione alla costruzione del comunismo, furono deportati in massa dopo che, in seguito alla rottura di Tito con Stalin, nel 1948, vennero accusati, in quanto italiani, di essere strumenti del potere sovietico. E poi parla del vergognoso gesto dei ferrovieri comunisti alla stazione di Bologna che accolsero violentemente gli esuli, una delle peggiori pagine del comunismo italiano. A questo proposito è raccapricciante leggere l’articolo dell’Unità del 30 novembre 1946, lo riprendo dal libro di Raul Pupo, “Il lungo esodo”: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che già sono scarsi(…)”Pertanto il giornale dei comunisti italiani continua: “Nel novero di questi indesiderabili debbono essere collocati coloro che sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava e che si presentano qui da noi, in veste di vittime, essi che furono carnefici(…) Aiutare e proteggere costoro non significa essere solidali, bensì complici”. A distanza di quasi settant’anni ha un senso ricordare questi fatti? A che cosa potrà servire? A non ripeterle? A fare un po’ di giustizia? Saranno anche riflessioni retoriche per qualcuno, ma se l'Italia un giorno potrà ricominciare da capo, sarà proprio quando riuscirà ad abbandonare la dimensione parziale e ideologica della propria memoria storica. Per ora, grazie a Simone Cristicchi per il tentativo che ha voluto fare. Rozzano MI, 11 febbraio 2014 B. V. Maria di Lourdes DOMENICO BONVEGNA domenico_bonvegna@libero.it |
|
|
|
|